[Testimonianze] Mosche bianche (e noi, che ruolo abbiamo?)

Riproponiamo una testimonianza pubblicata  il 1 aprile 2008 sul portale del Progetto Gionata. L’abbiamo letta con l’occhio del capo, che si chiede “cosa farei se fosse uno dei/lle miei/e ragazzi/e”?

Verso cosa indirizziamo i ragazzi? verso una doppia vita o ad essere delle “mosche bianche”?

Mosche Bianche! Due ragazzi credenti, l’amore, la fede e la vita

Sono un ragazzo di 25 anni, nato e cresciuto nella periferia di Bologna; mi sono da poco laureato in sociologia e, per ora, lavoro come commesso in un centro commerciale. Sono il primogenito di una bellissima famiglia composta dai miei genitori e da due fratelli e una sorella più piccoli di me; nonostante la piccola casa e l’umiltà con cui i miei hanno sempre cercato di vivere, non sono mai mancati ospiti, e l’accoglienza incondizionata verso gli altri è sempre stato il valore cardine che ha segnato la nostra vita casalinga.
Solo adesso mi rendo conto di quanto questo mi abbia sempre garantito una serenità di fondo che non è mai venuta a mancare, neanche nei momenti più critici della mia esistenza.

Sono cresciuto, come tanti coetanei, sotto l’influenza dell’educazione cattolica che mi ha dato modo di essere sempre piuttosto attivo all’interno della mia parrocchia di appartenenza, luogo nel quale, oltre che essermi sempre sentito molto valorizzato e compreso, ho instaurato i rapporti d’amicizia più importanti e profondi della mia vita, che hanno contribuito a formare il mio carattere solare ed espansivo.
In tutti gli anni che precedono la cosiddetta “scoperta di me” (mi riferisco al momento in cui ho deciso di vivere e manifestare la mia omosessualità, di cui ho sempre avuto consapevolezza), sono stato combattuto da diversi interrogativi in merito al significato della fede, interrogativi che forse sono comuni in tutti gli adolescenti che crescono in parrocchia: cosa significa credere? Chi è Gesù? Dov’è? E, soprattutto, cosa posso fare io per lui?
E’ forse sufficiente per lui aderire a una serie di comportamenti retti, delineati dalla dottrina cattolica? E così via. Beh, l’imposizione di regole presentate come inconfutabili ha sempre generato in me una grande voglia di trasgredirle, e quindi non poteva essere certo solo questa la soluzione.Mi chiedevo come si potesse giungere a una fede matura, e mi domandavo se questa altro non fosse allora che l’approdo di un arduo percorso intellettuale che solo una cerchia ristretta di persone particolarmente dotate era in grado di compiere.

Ma quando vedevo i sorrisi dei miei familiari e di alcune figure che sono state per me da esempio, e il loro modo di affrontare la vita, con gioia e spensieratezza, capivo che la grazia del Signore si era fatta carne ed era alla portata di tutti, e pur non riuscendo ad afferrarla mi tranquillizzavo e speravo che anche a me Dio avrebbe riservato lo stesso destino, rasserenato dalla sua compagnia.

Avevo sempre percepito, però, che in me c’era qualcosa di diverso, qualcosa che comunque mi avrebbe di sicuro impedito di corrispondere a tale modello. L’attrazione che avevo sempre provato, sin da bambino, nei confronti dei miei coetanei maschi era infatti innegabile e non mi ha mai abbandonato.Neanche quando, dai 15 ai 20 anni, per riscattarmi dalla “sindrome del brutto anatroccolo” vissuta nella pre-adolescenza, mi sono dedicato all’ostentazione della mia virilità, intrattenendo rapporti sessuali e non con qualsiasi fanciulla si presentasse ben disposta.
Il sentimento di apparente appagamento mi portò anche a pensare che avrei potuto sempre comportarmi così, senza pormi altre domande che allora non avevo la minima voglia di farmi.
E tutto questo avvenne sotto gli occhi sempre attenti e spesso lucidi dei miei genitori, che avevano ben chiaro (dato che non mi preoccupavo affatto di nasconderglielo) come mi stessi buttando via. Eh già, nessuno può vivere così.

Arrivò presto il momento in cui, totalmente svuotato dei pensieri positivi della mia infanzia, mi sentii insoddisfatto della mia vita, e provai un enorme senso di incompletezza. Quale peggior momento per sbottonare definitivamente il mio orientamento sessuale fino ad allora represso, salvo qualche squallido episodio.
L’approccio col mondo omosessuale (intendo quello dei locali e delle associazioni) si sviluppò all’età di 20anni e, se da un lato mi diede modo di aumentare la conoscenza dei miei potenziali sentimenti, dall’altro mi fece cadere in un baratro esistenziale ancor più grande: la mia modalità di affrontare i rapporti era infatti sempre la medesima, pensavo fosse parte costituente della mia natura, forse anche per il riscontrare che all’interno di quei locali il 99% dei ragazzi viveva così le proprie relazioni.
Mi confidai anche coi miei sulla mia condizione, ma chiaramente fu difficile per loro accettare che all’interno di quel mio modo di vivere da “dissoluto” vi fosse anche questo; inoltre in quel periodo non avevo il coraggio di ammettere, neanche a me stesso, di essere omosessuale, e mi definivo così “bisessuale”, dato che nei fatti non faceva differenza il sesso della persona con cui ero, purché mi distogliesse dal riflettere sulla mia vera identità complessa.

Naturalmente, mancandomi il coraggio di assumermi le mie responsabilità, continuavo a essere un catechista in parrocchia, rafforzato dal pensiero che comunque, qualsiasi cosa avessi fatto, per i dettami sarei stato un peccatore. Il momento di rottura con quella fase di “doppia vita” non tardò ad arrivare, e verso i 23 anni dovetti dare una svolta decisiva al mio comportamento.
Vedere i volti delusi dei miei genitori e delle amiche più care era diventato insostenibile, e in più un incontro fondamentale aveva totalmente confuso i miei pensieri; un’amica, in una freddissima sera di gennaio, mi presentò il ragazzo con cui sto attualmente, che mi piacque fin da subito e mi fece venire davvero voglia di essere una persona migliore. Era bellissimo, semplice, puro e….tremendamente fidanzato! Mi piace pensarlo come un angelo inatteso che mi ha salvato dalla mia infelicità e mi ha dato modo di riscoprire il vero piacere della vita.
L’approvazione di  mia madre per i miei sentimenti verso di lui, giunta dopo averla sottoposta alla lettura di qualche e-mail che ogni tanto noi due ci scrivevamo, fu decisiva, e segnò il momento in cui sia io che lei parallelamente cominciammo a valutare l’aspetto più significativo della mia condizione, ovvero la capacità di poter provare un sentimento d’amore autentico per un altro uomo.

Ricordo con emozione il primo commento di mia madre su quel “noi” che ancora non esisteva: disse che due ragazzi come noi sono due “mosche bianche”. A prima vista questa definizione evidenzia una situazione di diversità, ma questa diversità può divenire davvero importante se con la sua testimonianza d’amore sa fare la differenza.
Non ci vedemmo molto io e lui, all’incirca una volta ogni tre mesi, ma finalmente la luce era rientrata nella mia vita e, anche grazie a quell’incontro, poco a poco ho iniziato a sbrogliare tutti i nodi costituitisi nella mia difficile adolescenza.
Ho imparato a stare da solo con me stesso, con la mia fragilità umana e con le mie incertezze, e ho capito che la paura di quello che sono (il che non si riduce al mio orientamento sessuale) aveva fatto sì che non affrontassi la realtà per tanti anni e che commettessi errori di cui sento ancora il peso.
Ho riscoperto la gioia di lasciarsi amare per quello che ero dalle persone intorno a me e prima di tutti da Dio, il quale, ne sono convinto, lotta per la mia felicità, e muore ogni giorno e risorge anche per essa. Mi sono trovato poi, come tutte le persone che sono alla ricerca di sé stessi, nell’esigenza di trovare uno spazio in cui potermi esprimere con qualcuno che vivesse delle difficoltà simili alle mie, specialmente nel rapporto con la fede.
E, brancolando alla ricerca di risposte, ancora una volta la provvidenza mi ha preso teneramente per mano e mi ha condotto sulla strada che mi ha portato a conoscere il gruppo di omosessuali credenti Incammino, nel quale ho subito ricevuto un’accoglienza incondizionata che mi ha permesso di riappropriarmi a pieno titolo della mia identità in linea con un cammino di fede onesto e sereno, che prosegue tutt’ora.
Il clima quasi familiare dei nostri incontri mi sprona a confrontarmi costantemente con i miei limiti e con le mie virtù all’interno di un disegno che sembra essere fatto su misura per me, un disegno che comprende la mia timida fede e la mia condizione naturale, dalla quale, anzi, non può prescindere.
L’ascolto della parola di Gesù, riscoperta in quel lungo periodo di apparente solitudine, ha trovato la sua collocazione in mezzo a persone che come me sognano un futuro dignitoso e pieno di quell’Amore senza il quale nessun uomo può stare.

Inizialmente, il periodo di tempo che correva tra un incontro e l’altro sembrava eterno, e alla fine di esso mi sentivo come se mi mancasse il respiro, poi per fortuna, con cadenza mensile, tornava la domenica dell’incontro e riacquistavo le forze per affrontare il mese successivo. Dopo un anno e mezzo di lungo lavoro e attesa, a volte estenuante, il ragazzo incontrato in quella lontana sera d’inverno bolognese si è scoperto innamorato di me, e abbiamo intrapreso una fantastica relazione che ha donato al mio cammino un refrigerio ineguagliabile e un senso ancor più nobile.
Con le difficoltà che ogni coppia incontra, procediamo mano per mano certi che il Signore, che si è dimostrato così misericordioso nel corso delle nostre vite facendoci toccare con mano il dono fatto carne del suo amore per noi, abbia in serbo per noi un progetto davvero unico.

Ricordo ancora la prima volta in cui il mio compagno ha cenato a casa mia e ha conosciuto la mia famiglia, che l’ha subito accolto come un figlio riconoscendo pienamente l’entità della nostra relazione e vedendo probabilmente in lui la prova concreta che finalmente la vita del loro primogenito aveva preso una direzione chiara e definitiva.
Il nostro amore ha trovato presto anche le porte aperte in tutti gli altri parenti (presenza molto forte nella mia famiglia), che dopo alcuni primi comprensibili tentennamenti, hanno preso anche a condividere con noi la gioia del nostro stare assieme nella sua specificità.
I miei fratelli hanno accettato la sua presenza con affetto e con spontaneità, e da poco anche il più piccolino (10 anni) è stato reso partecipe della nostra storia, che ha per ora compreso con la semplicità dei bambini, per i quali il bene e l’attaccamento alle persone sono più importanti di tutto il resto.
La sua unica perplessità è stata infatti il non capire perché fosse stato l’ultimo a saperlo! Non ci sono parole per descrivere l’importanza e la bellezza di tali momenti.

Ci tengo a sottolineare che la mia famiglia è di tradizione molto cattolica e credo che lo Spirito Santo abbia operato nei singoli componenti affinché superassero i propri preconcetti per vedere quel che c’è di buono in ognuno di noi, aldilà dell’apparente diversità delle nostre naturali inclinazioni.
Non dico questo per gloriarmi di una situazione familiare probabilmente privilegiata rispetto alla media, ma per ribadire che tutto questo è possibile e soprattutto che l’adesione ad una dottrina che a volte ci giudica così severamente può invece essere il punto di partenza per poter accettare e amare gli altri, superando qualsiasi dettame che non ponga l’uomo,la persona concreta al primo posto.

Col tempo, e sempre spronato e supportato dai miei premurosi genitori, sono riuscito a far conoscere la mia situazione anche nella mia comunità parrocchiale, unico luogo in cui ancora non riuscivo a sentirmi pienamente me stesso.
Parlando pian piano coi miei sacerdoti e poi con gli altri parrocchiani, ho dovuto constatare la necessità di abbandonare il mandato di catechista, poiché coi tempi che corrono avrei incontrato difficoltà oggettivamente nocive per me e per i bambini che seguivo.
Ripresomi dall’iniziale sofferenza per questa decisione ai miei occhi così ingiusta e per l’abbandono dei bambini che solo un anno fa ho accompagnato alla Prima Comunione, ho iniziato a interrogarmi su quale possa essere allora il mio ruolo nella realtà parrocchiale.
Naturalmente la domanda non trova ancora una risposta certa, e forse mai la troverà, ma sono sicuro che se saprò ascoltare la voce di Dio Padre, avrò sempre un posto da occupare, in primis nella sua Chiesa.
Per ora, dirigo il coro dei bambini per le messe di Pasqua e Natale, e non è poco considerando che ormai io e il mio compagno frequentiamo settimanalmente la mia parrocchia e che quindi bene o male tutti conoscono la natura del nostro legame. Preghiamo di poter essere un dono per la comunità di credenti che allo stesso modo lo è stato per noi.

La nostra speranza è che col tempo sappiamo farci conoscere sempre più da vicino, affinché anche il nostro amore possa essere a servizio della comunità come possibilità di arricchimento reciproco e possa così far fruttare una fecondità peculiare del nostro modo di amarci.

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