Pensare il maschile. Un approfondimento

Qualche tempo fa abbiamo pubblicato un articolo di Cristina Simonelli, presidentessa del coordinamento delle teologhe italiane. L’articolo è lungo e tocca molti aspetti, tutti in modo interessante, e contiene anche diversi approfondimenti da parte di altri autori. Quello che ripostiamo oggi ci ha colpito particolarmente perché tocca l’argomento delicato del “pensare il maschile”, tema molto attuale sotto “l’allarme gender” e particolarmente caro ad alcune associazioni (giusto come esempio, Azimuth, la rivista per capi FSE, ha una rubrica titolata “Educare al maschile, educare al femminile”).

Rimandiamo anche al post pubblicato su Facebook dallo psicoterapeuta Alberto Pellai, nel quale affronta l’educazione al maschile (ha da poco scritto un libro rivolto agli adolescenti maschi) in questo periodo in cui si rispolvera a gran voce il concetto di “maschio selvatico”. 

 

Dal potere alla libertà

Nell’ultimo secolo non sono mutati profondamente soltanto i ruoli e le condizioni materiali di donne e uomini. Sono mutati i loro desideri, le loro relazioni e l’immaginariodi riferimento, sono mutate le forme della sessualità. Si è rotta la fissità di attitudini e destini assegnati ai sessi, sono entrate in crisi le forme tradizionali di genitorialità e di famiglia.
Come interpretare questo mutamento? Come cercare, nella confusa sovrapposizione tra nuove libertà, nuovi spazi d’espressione e nuove forme d’oppressione, mercificazione e omologazione, degli strumenti per rompere la solitudine di ognuno e ognuna di noi e far incontrare il cambiamento con l’espressione di un desiderio di libertà?
Abbiamo imparato che se qualcosa non è nominato stenta a esistere, e il modo in cui lo nominiamo determina il nostro modo di viverlo e percepirlo. Dovremmo innanzitutto chiederci come leggiamo questo mutamento, con quali occhi e quali categorie. Qual è la differente posizione di uomini e donne in questo processo? È possibile che questo cambiamento parli anche al desiderio degli uomini di una vita e di relazioni più libere e autentiche innanzitutto per sé stessi?
Che cosa dice agli uomini la libertà femminile, la presenza delle donne nel mondo del lavoro, della cultura, della politica, la loro rivendicazione di diritti ma anche di autorevolezza e libertà che ha segnato i decenni precedenti trasformando famiglie, relazioni, istituzioni e culture? Le donne hanno costruito pratiche collettive, pensiero, per «mettere al mondo» la propria soggettività e dunque il proprio desiderio, l’affermazione di una propria sessualità non di servizio, l’apertura del proprio destino oltre un ruolo socialmente segnato. Il femminismo, a prescindere da quante lo abbiano concretamente incontrato, ha cambiato le vite e offerto alle donne l’apertura di un modo diverso di stare al mondo. E per gli uomini?

Il racconto qui diventa spesso caricaturale: ci si ferma alla radicalità dei conflitti nelle coppie e alla rappresentazione di un femminismo che avrebbe «esagerato», o alla rappresentazione di un’invasione femminile di ruoli e spazi maschili. La crisi di un ordine di potere e di una millenaria gerarchia tra i sessi viene intesa come capace di determinare una crisi nella vita degli uomini, anzi della loro stessa identità. Quasi che quell’identità fosse inscindibilmente legata a quel ruolo di potere e dipendente da esso per trovare un senso.
I media ci parlano di «uomini in crisi», depressi, spaventati, disorientati, minacciati dall’intraprendenza femminile, discriminati dalle norme di riequilibrio di diritti e poteri tra i generi, espropriati di ruolo e riconoscimento. Il cambiamento, dunque, è rappresentato come una necessaria riparazione alle disparità di potere, ma come una minaccia per gli uomini. Di fronte a esso gli uomini possono subire la frustrazione, accogliere più o meno ipocritamente i dettami delle buone maniere del politicamente corretto, resistere tentando un’impossibile restaurazione di quell’ordine o quantomeno contrapporre un nuovo vittimismo rancoroso.

La costrizione del ruolo

Ma se provassimo a cambiare punto di vista? Che cosa ha comportato questo potere per la vita degli uomini? E quanto è ancora in grado di dare senso alle nostre vite? Quanto la presunzione di una superiorità ha ancora credibilità ai nostri occhi e quanto abbiamo pagato la corrispondenza a un ruolo di potere con una miseria che ha segnato le nostre vite? Quanto la nostra sessualità, schiacciata in un immaginario di dominio, ha oscillato tra l’ansia della prestazione, il possesso e la paura dell’impotenza, impedendoci di ascoltare il nostro corpo? Quanto l’affermazione di un ruolo maschile ha costretto le nostre vite in un rapporto con la funzione produttiva come luogo esclusivo di identità, in una socialità tra uomini priva di intimità costretta tra competizione e gregarismo? Quanto la paternità, ridotta a funzione di disciplinamento, protezione e controllo, ha rattrappito l’esperienza del rapporto con i nostri figli e la tenerezza possibile di questa esperienza?
Luce Irigaray ha osservato che «la differenza sessuale rappresenta uno dei problemi o il problema che la nostra epoca ha da pensare». Ma ciò riguarda anche l’esperienza maschile? Il maschile è «una differenza», una parzialità da pensare ed esprimere come tale? La corrispondenza a un ruolo neutro e disincarnato, la corrispondenza a una norma di riferimento rispetto a cui si ordinano gerarchicamente le altre differenze, ha reso gli uomini incapaci di pensare sé stessi. Come osserva Victor Seidler, per poter avere l’autorevolezza di uno sguardo neutro sul mondo gli uomini sono diventati «invisibili a sé stessi», incapaci di mettere in parola la propria esperienza parziale e sessuata. L’uomo si è confuso con l’umanità, occultando la differenza femminile ma rimuovendo anche la specificità dell’esperienza maschile.

Ma allora l’espressione di una soggettività e di un’alterità femminile, che disvela l’imbroglio di un unico desiderio e di un’unica soggettività maschile ad abitare il mondo, mi minaccia o mi offre l’opportunità di uscire da questa costrizione? Il prezzo è la perdita di un potere, ma l’assunzione della propria parzialità non è anche occasione per provare a dire «io» in modo più libero? È rinuncia a parlare per il mondo e del mondo ma può essere spazio per parlare di sé, vedere la propria esperienza umana e farne radice per un senso differente (1). Così il riconoscimento della propria vulnerabilità e dipendenza, la rottura del mito di un soggetto artefice di se stesso, protagonista di una libertà che è solitudine, indipendenza da legami, sogno autistico di autosufficienza non apre alla scoperta della nostra radice relazionale e alla possibilità di mettere in gioco il nostro bisogno, il nostro desiderio senza temere che questo ci porti a perderci?
Freud a un punto del suo percorso di scoperta della dimensione inconscia dell’esperienza umana si trova di fronte a una domanda a cui non riesce a rispondere: «Che cosa vuole una donna?». Il pensiero psicanalitico maschile faticava a riconoscere la soggettività femminile e dunque il desiderio femminile. Oggi forse possiamo provare a chiederci: «Che cosa vuole un uomo»?, qual è il desiderio possibile oltre il potere, il controllo su di sé e sull’alterità, oltre la potenza? Forse si apre lo spazio per poter pensare, e mettere in gioco, un diverso desiderio di libertà degli uomini.

Stefano Ciccone

(1) S. C iccone , Essere maschi tra potere e libertà, Rosenberg & Sellier, Torino 2009; Id., «La differenza maschile come risorsa politica», in M.G. Turri (a cura di), Femen. La nuova rivoluzione femminista, Mimesis, Milano 2013, 67-87. Cf. anche il sito http://www.maschileplurale.it.

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