Sinodo 2015 e omosessualità. E’ ancora troppo presto?

Ripostiamo le considerazioni del teologo Migliorini (autore) sui possibili esiti del Sinodo 2015 sul tema omosessualità, pubblicate sul quindicinale Rocca il 1 maggio 2015.

 

Sinodo 2015 e omosessualità. E’ ancora troppo presto?

Tra i numerosi temi che il Sinodo sulla Famiglia si propone di affrontare, sciogliendo i nodi pastorali più urgenti, vi è, com’è noto, quello dell’omosessualità. Sono altresì conosciute le divergenze che si sono manifestate tra i padri sinodali, le rispettive dichiarazioni, le votazioni e la sintesi finale.

Al netto, ci si può e ci si deve chiedere,per non illudersi, quale potrà essere l’esito di un tale dibattito, almeno su questa tematica. Papa Francesco lo ha già ribadito: non sono all’orizzonte novità dottrinali, ma saranno proposte delle linee pastorali per le famiglie e le comunità al cui interno si possa trovare una persona omosessuale. È difficile comprendere come delle novità pastorali possano essere del tutto a-teoriche – quindi non implicanti un cambio di alcuni nodi dottrinali – ma confidiamo nella creatività dei nostri pastori, e nella saggezza donata dallo Spirito, che sempre ci sorprende.

Un difficile aggiornamento dottrinale

Tuttavia, questo dovrebbe già essere sufficiente a ridimensionare le tante speranze che aveva suscitato questo Sinodo – soprattutto dopo la Relatio post disceptationem (si veda il n. 52) – nella Chiesa di base, nei cristiani omosessuali e anche nel sottoscritto, che ai Vescovi si era rivolto proponendo alcuni aggiornamenti dottrinali in linea con il Magistero e nuove soluzioni pratiche (con Beatrice Brogliato, L’amore omosessuale. Saggi di psicoanalisi, teologia e pastorale. In dialogo per una nuova sintesi, Cittadella 2014).
Non dobbiamo smettere di credere, tuttavia, che qualcosa si potrà ancora smuovere: il bisogno di rinnovamento si sta facendo sentire forte e chiaro, e sono ancora convinto – con i dati che riporto nei dettagli nel libro stesso, raccolti nelle parrocchie della mia piccola Vicenza, che indicano che 1’88,1% dei giovani e il 58% degli adulti percepiscono positivamente le relazioni fra persone delle stesso sesso – che la Chiesa sia pronta per un cambio di passo sostanziale.
In un’analisi pragmatica, però, pesano le dinamiche che sono emerse all’interno del Sinodo stesso: la discussione si è focalizzata sul tema della comunione ai divorziati risposati, e sembra che sia questa la questione principale sulla quale i Vescovi stanno giocando la loro partita. Il papato di Francesco, inoltre, è nel pieno di una tempesta mai vista, con attacchi diretti e poco dignitosi. Dalla gestione del Sinodo, ai gesti ecumenici, alle omelie, all’elezione stessa, ai viaggi, al rinnovamento del collegio episcopale: non c’è azione del papa, oggi, su cui una certa parte del mondo culturale italiano non stia puntando il dito.
Cosa c’entra tutto ciò con la questione omosessuale? Purtroppo è abbastanza intuitivo comprenderlo: in mezzo a tale tempesta, è improbabile che papa Francesco e il Sinodo – ammettendo per ipotesi che ve ne sia da entrambe le parti la reale volontà – possano portare sostanziali aggiornamenti dottrinali su molti temi contemporaneamente. Si creerebbe una spaccatura profonda, forse uno scisma. Alcuni esponenti della curia, del resto, hanno velatamente rimandato, come monito, a questa eventualità.

Al massimo, dunque, si potranno fare piccoli passi avanti sulla questione della comunione ai divorziati risposati. La sensazione, quindi, è che gli altri temi saranno inevitabilmente sacrificati. Per il tema ‘omosessualità’, posto nel mezzo di un calderone di enormi problemi, è ancora troppo presto.
Salvo che non sia la Chiesa di base – o qualche Vescovo – a farlo tornare al centro, insieme agli altri, magari attraverso i nuovi questionari (sebbene sia piuttosto evidente che la loro formulazione, ricamata di tecnicismi e ridondanze, rende davvero difficile la partecipazione di un gran numero di fedeli), evitando che alla fine si ripetano le solite formule dottrinali, che già ritroviamo, purtroppo, anche nell’Instrumentum Laboris, dove si dedica comunque alla questione omosessuale un insolito spazio e un’articolata riflessione (che però non si ritrova nella successiva Relatio Synodi).

Un nuovo metodo

Ma è ancora troppo presto anche riguardo alla possibilità reale di un aggiornamento dottrinale e pastorale. Seppur gli studi disciplinari ormai ci siano e siano maturi – ne offriamo una sintesi nel nostro ultimo lavoro – la coscienza dei nostri Vescovi sembra ancora timida nel trarne le conclusioni (si vedano i numeri nelle votazioni del Sinodo, che rivelano chiaramente i rapporti di forza). Non si può non riconoscere a papa Francesco, tuttavia, che il metodo con cui ha impostato la discussione sinodale, e la libertà di espressione concessa ai vescovi e ai fedeli, siano una novità che segnerà il passo nella storia della Chiesa. Ma come tutte le rivoluzioni di metodo, essa darà i suoi frutti – e arriveranno, ne sono profondamente convinto – solo sul lungo periodo, quando il metodo inizierà a consentire delle modifiche anche ai contenuti.
La storia del pensiero, da questo punto di vista, è confortante: nuovi metodi hanno spesso consentito la
creazione di nuove teorie, e la libertà di discussione sull’ignoto ha di frequente consentito d’avvicinarsi di più alla verità.
Tenendo presente tutte queste considerazioni, allora, ideale sarebbe che questo Sinodo «sospendesse» il giudizio sulla situazione di chi vive una relazione d’amore con una persona dello stesso sesso, prendendo atto dell’incertezza scientifica, teologica, esegetica e pastorale riguardo a tale questione, lasciando alla Chiesa un periodo piuttosto lungo di sperimentazione di nuovi approcci teologici e innovative soluzioni pastorali. Davvero libero: ciascuna Conferenza Episcopale seguendo le indicazioni provenienti dalla società e dalla cultura in cui opera. Senza stancarsi d’indicare nell’amore reciproco e oblativo, fatto d’impegno e dono, l’ideale a cui qualsiasi relazione umana deve ispirarsi.
La sintesi vera potrà avvenire solo in un futuro Sinodo, tra una ventina d’anni almeno, quando la Chiesa avrà maturato un’«esperienza» (fatta di studi e pastorale) più ampia e non condizionata da precedenti posizioni. Per ora è troppo presto: per non irrigidire ancora di più la situazione dottrinale-pastorale con nuovi numeri di un’esortazione post-sinodale – che nella tempesta attuale non potrebbe che riproporre le aporie di tutti i documenti magisteriali in materia di omosessualità – questo Sinodo dovrebbe avere il coraggio di rimandare la decisione, e dare libertà di sperimentazione ai singoli Vescovi. Potrebbe essere una soluzione che non scontenta nessuno, e che darebbe una bellissima immagine della nostra Chiesa. Per questa libertà no, non è troppo presto.

Sentirsi a casa

In attesa di un futuro Sinodo – più specifico 2 meno turbolento – l’assemblea di quest’anno potrebbe inoltre prendere finalmente le distanze dalle illusorie e ascientifiche «terapie riparative» e ribadire con forza l’invito all’accoglienza positiva delle persone omosessuali, anche laddove l’omosessualità della persona sia manifesta, o la persona viva in una relazione omosessuale notoria. Questo potrebbe contribuire a spezzare la spirale di violenza in cui l’Europa si sta di nuovo avviluppando negli ultimi anni. Sono posizioni pastorali praticabili.
Gli omosessuali sono ancora delle periferie, come gli zingari gli immigrati; sono delle periferie molto vicine, perché sono i nostri amici, i nostri Figli, i nostri seminaristi. Cominciare a farli sentire a casa, quindi, potrebbe essere un gasso fondamentale.

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