[Auguri] Dio non butta via niente

Quest’anno per farvi gli auguri ripostiamo una storia dal gruppo “il Guado” (Fonte: Dio non butta via niente | Il Guado).

 

Come ogni anno, in occasione del Natale, don Davide, il parroco della parrocchia in cui si trova la nostra sede, ci ha mandato un breve testo per riflettere sul senso di questa festa. Abbiamo deciso di copiarlo qui, perchè vale la pena leggerlo.

Bussò alla cella dell’abate Anselmo, una gelida mattina di dicembre, il giovane monaco Bastiano, un converso impacciato e zelante, noto per la sua devozione e per qualche scrupolo di troppo. “È permesso?”, chiese educatamente, inciampando nel gradino della soglia. “Ancora qui?”, fece di rimando l’abate, alzando lo sguardo dallo scrittoio sul quale giaceva aperto il libro del profeta Isaia. Non proprio incoraggiato dalla rude risposta del superiore, Bastiano balbettò generiche parole di scusa, e si affrettò a spiegare il motivo della visita. “Perdoni, reverendo padre, ma mi ritrovo in una grande angoscia. Siamo ormai prossimi alla festa della nascita di Cristo – pochi giorni soltanto – ma io non sento più il Natale. Mi pare di essere diventato un miscredente, un ateo, un senza Dio. Né le dolci parole dei salmi, né i canti melodiosi e le musiche, le luci e i presepi, e neppure le piccole e frequenti rinunce sembrano destare il mio spirito. Mi sento vuoto, distante, perduto”. L’abate Anselmo lo guardò al di sopra delle lenti da presbite, e senza prestargli molta attenzione gli rispose soltanto: “Sei stato troppo tempo chiuso in cella. Esci per strada, gira la città, e impara dalla vita. Poi torna da me, e racconta”.
Così Bastiano si ritrovò cacciato fuori dal convento, e uscì – suo malgrado – per le strade insicure del villaggio, nella gelida mattina invernale mal rischiarata da un sole scialbo e stentato. Attraversato il viale dell’abbazia, si diresse verso la piazza del comune, ma ancor prima di giungere là dove i rumori e le grida parevano più forti, non gli parve vero di potersi rifugiare un istante nella vicina chiesa parrocchiale, con la scusa di una breve devozione. Nell’altare laterale, in fondo alla navata, un gruppetto di bambini si affaccendava nell’allestimento del presepe, sotto lo sguardo impassibile e arcigno di una catechista ossuta e severa. Bastiano si finse immerso nell’orazione, ma in realtà sbirciava di sottecchi lo spettacolo dei fanciulli al lavoro, edificato dalla loro energia e dall’intraprendenza con la quale sistemavano qua e là un pezzetto di muschio, un angioletto sognante, un pastorello con lo zufolo, una pecorella dal muso gentile. Finchè risuonò di colpo – uscito dalle labbra della rigida insegnante – un urlo stridulo e sgradevole, carico di disgusto e di rimprovero. “Che cosa pensi di fare? Adesso ti caccio via subito!”. Il destinatario della terribile reprimenda era un povero bambino spaventato, con due orecchie a sventola da parere un piccolo, grazioso elefante, e la faccia granata dalla vergogna. “Non lo sai che il maiale non ci va nel presepe?”. E via con una lunga e dotta dissertazione teologica da parte dell’attempata zitella. Nella terra di Gesù i maiali erano considerati impuri, era proibito allevarli, o anche solo toccarli, quanto a cibarsene nemmeno l’idea era prevista, si capisce, e via discorrendo, fino all’inevitabile finale: “E tu vorresti mettere una roba del genere nel presepe di Gesù? Una statuina di un animale così sporco, che Nostro Signore non ha forse nemmeno guardato? Guai a te se non la togli subito!”. Vergognoso e piangente, il piccolo Giacomino (tale era il nome del ragazzetto) arretrò fino ad andare a infilarsi nella tonaca di don Stanislao, l’anziano prete in pensione che passava tutto il santo giorno in chiesa a macinare rosari e a confessare vecchiette. “Ci penso io”, gli disse, e presogli il porcellino di gesso dalle mani, con una manovra di rapidità insospettabile in un uomo tanto vecchio, sistemò il suino sotto un palmizio, poco distante dalla grotta del Bambino, sotto l’occhio rabbioso e furibondo della catechista. “Ci sta bene qui”, disse sottovoce. “Al Signore farà piacere”.
Distratto da quanto aveva veduto, frate Bastiano quasi si dimenticava dell’ordine dell’abate: doveva girare per la città, non fermarsi in chiesa; e subito si riscosse, e ciabattando sui sandali francescani si avviò timoroso verso la via del mercato. La mattinata di lavoro stava per terminare, gli ambulanti stanchi e intirizziti già smontavano i loro banchetti e accatastavano alla rinfusa le poche masserizie rimaste, buttandole sui carretti e sulla groppa dei somari, pronti a rientrare nelle loro case per godersi un po’ di tepore. Si apriva allora di fronte agli occhi spalancati del giovane frate, lo spettacolo consueto dei poveracci e degli accattoni che andavano rovistando tra gli avanzi delle verdure, in cerca di qualche rimasuglio di cibo da bollire in pentola o da mangiare a bocconi, strada facendo. Tra di essi, Bastiano notò un uomo alto e forte, che quasi sorridendo non raccoglieva cavolfiori o carote avariate, ma i piccoli pezzi di legno, i vimini spezzati delle ceste, le schegge e le stecche delle cassette della frutta negligentemente gettate sul selciato dai venditori. Li prendeva tra le mani e li riponeva con cura in una grande bisaccia di cuoio che andava via via riempiendosi, come un forziere di pietre preziose. “Cosa ne farà mai?”, si chiese Bastiano.
Ma già il campanile batteva le due, e il frate – ahimè – aveva oltrepassato da tempo l’ora del pranzo, forse se si sbrigava arrivava giusto per la preghiera di nona …
E allora via di gran carriera, tra le carriole dei commercianti e i ciuchi che ragliavano dal disappunto, schivando gli ultimi ladruncoli che scappavano dopo un furto da poco e gli accattoni che ancora si attardavano in cerca di un’elemosina o di una manciata di riso. Come sembrava lontano il convento, dove sapeva di trovare almeno gli avanzi del pranzo caldo, insieme agli inevitabili rimbrotti dell’abate per l’inaspettato ritardo. Corse, il monaco Bastiano, volò, e arrivò stanco e sudaticcio – nonostante la temperatura polare – alle soglie dell’abbazia, e bussò forte, con insistenza, al portone, finchè non gli aprì il padre guardiano. Fu solo allora che si riscosse, emergendo quasi da un sogno, e disse a se stesso: “Ma che cosa ho capito, cosa ho compreso del Natale in quella chiesa piena di bimbi, nel triste spettacolo di un mercato in disarmo, nella bolgia frenetica dei poveri che si accapigliano e corrono, che domandano e rubano, che maledicono e cercano?”.
Tornò di nuovo a bussare alla cella del padre abate, che stavolta lo accolse con garbo, e gli chiese di narrare ciò che aveva visto. Diligente e ossequioso, Bastiano raccontò, attardandosi un pochino nei particolari, commuovendosi al pensiero del bimbo pieno di vergogna, del popolo confuso del mercato, dell’alto uomo biondo che raccoglieva i pezzetti di legno. Restò muto, tuttavia, quando l’abate gli chiese, con voce paziente: “Allora, Bastiano, dimmi: cos’hai imparato in tutto questo, cos’hai capito del Natale del Signore?”. Pianse un poco, il giovane converso, non sapendo profferire parola, finchè il vecchio Anselmo lo tenne tra le braccia, e gli diede la risposta che cercava.
“Vedi, caro il mio giovane, ti ho mandato nel mondo perché devi imparare dalla vita. Ti sei fermato in una chiesa, e hai fatto bene, perché lì il Signore ti ha insegnato che nel suo presepe c’è posto per tutti. Anche per un maialino, una bestia che non brilla per pulizia, e che tanti considerano impuro, quando si vuole offendere qualcuno gli si dà del porco, lo sai bene. Ma a Dio piace di sicuro, l’ha creato Lui. C’è posto per tutti – dicevo – anche per chi vorremmo cacciar via, come pretendeva la zelante e pedante catechista. Nessuno deve restare fuori; per ciascuno c’è una palma alla cui ombra riposare, un po’ di muschio dove coricarsi la notte, una stella che vegli e brilli nel buio, un angelo a coccolarci con le sue canzoni. E poi hai conosciuto i traffici della vita, i poveri che si accapigliano per un pezzo di pane, i malviventi tristi nelle loro meschine furbizie, gli uomini e le donne che comprano e vendono, corrono e si affaticano, spesso senza una direzione, senza sapere perché. Il Figlio di Dio è venuto per loro, ad accompagnarli nei loro commerci e nei loro pasticci, a dare fiato alle loro speranze, fiducia alle loro attese. Poco alla volta si accorgeranno anche di Lui, impareranno a conoscerlo, a volergli bene. Magari diventeranno più buoni”.
“E l’uomo alto e biondo”, chiese Bastiano, “quello che raccoglieva i pezzi di legno? Forse li dovrà bruciare, ne farà un fuoco per scaldarsi”. “Forse no”, rispose l’abate, e gli occhi d’improvviso gli divennero luminosi, due piccole stelle nel pallore del viso. “Forse – disse – con quei pezzetti di legno sta costruendo un presepe. Con gli scarti degli uomini sta fabbricando una capanna al Figlio di Dio, una mangiatoia al Signore del mondo, una culla al re di tutti i cuori”.
Restò meravigliato e commosso il giovane Bastiano di fronte a questa imprevista spiegazione. E di nuovo un paio di lacrime presero a scendergli dagli occhi, mentre udiva l’abate che diceva: “Perché Dio non butta via niente. Siamo noi a sprecare le cose, il tempo, la vita. Ma Lui raccoglie tutto, perfino il nostro peccato. E con gli scarti dei nostri affanni e del nostro vagare, con le spine del cuore a volte accende un fuoco inestinguibile, altre volte costruisce un presepe dove troviamo posto e riposo, dove niente e nessuno ci può portar via. Dio trova posto per tutti, Dio non butta via niente”.
Uscì rasserenato e intenerito, il giovane, dalla cella dell’abate. E si unì subito al coro dei frati che cantavano il vespero, accendendo le luci del Natale, pronti ad accogliere il sorriso del Dio Bambino.
“Ora scende la sera – pensò – ma nulla di questo giorno è passato invano. Dio non scarta nessuno, non butta via niente”.

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